NON PERMETTETE ALLA PAURA DI FERMARVI

“NON PERMETTETE ALLA PAURA DI FERMARVI”

 
 
D. giovane ragazzo richiedente asilo della Guinea, chiede al suo operatore di guardare qualcosa che ha scritto. Tiene un po’ imbarazzato tra le mani un foglio a quadretti strappato da un quaderno, tutto stropicciato, dove sono più le cancellature che le parole scritte in ordine.
 
“Fate quello che vi è scomodo, che vi spaventa e che vi risulta difficile, ma che vi ripagherà a lungo termine”.
 
Il testo è stato tradotto dal Francese con un piccolo vocabolario usato; D. racconta, quasi vergognandosi, di aver impiegato ben due settimane per tradurre una pagina dei suoi pensieri.
L’operatore si trova per un attimo spiazzato, rendendosi conto che tra le mani non ha solo un pezzo di carta con dei pensieri sparsi, ma un messaggio preciso, una finestra sul sentire profondo di un individuo, offerta con fiducia al lettore.
D. spiega che nel progetto in cui è accolto, si fanno tante cose, che è felice di quello che sta imparando, che adesso la mattina non si sveglia più con paura; dice anche che ha visto alla televisione che in realtà le persone si stanno mettendo ancora in viaggio per mare, che vorrebbe fare anche lui la sua piccola parte, contribuire. Non ha molto da offrire, dice, ma ha la sua esperienza, che è forse il bene più prezioso da condividere. Così prende in mano una penna e scrive, scrive tanto, scrive per giorni.
 
“Siate disposti a fallire. Fallite, rimettetevi in piedi. Forse fallirete ancora, ma fidatevi del vostro istinto, delle vostre idee. Fidatevi della vostra vulnerabilità.”.
 
Vulnerabilità.
D., nella sua timida semplicità, prova a spiegare che è nel momento di maggior difficoltà, di crisi, di sconvolgimento, che risiede la potenzialità di tutto ciò che vi è ancora da costruire.
 
“Attraverso la vulnerabilità che sentite, troverete la strada per i vostri prossimi passi. Non dovete essere privi di paura; semplicemente, non permettete alla paura di fermare i vostri piedi.”
 
D. prende coraggio, ha voglia di parlare, di raccontare, di tirar fuori un vissuto che faccia da mongolfiera per chi il “salto” lo ha appena fatto. Racconta che, secondo lui, le difficoltà sono quella forza che mobilita i tesori che abbiamo dentro di noi e li spinge in avanti; l’operatore sorride: è quello che, nelle aule di università o sui libri da manuale, ha visto chiamare “Resilienza”.
D. non conosce questa parola, la cerca insieme all’operatore sul vocabolario di Francese per la prima volta; l’operatore conosce la parola, forse ne ha vissuto l’esperienza sulla propria pelle, ma non può conoscere davvero quali episodi della vita di D. lo abbiano portato a sviluppare questo pensiero.
L’operatore si sente spiazzato, comprende che, in quel momento, il lavoro educativo che svolge sta assumendo una nuova veste dinamica, uno scambio profondo. D. sorride, dice all’operatore che non si deve preoccupare di insegnargli lo stesso significato.
“Guarda”. Prende qualche filo di cotone da un cesto vicino al tavolo, inizia con il primo nodo, passa le code dei fili all’operatore, che non sa bene cosa fare ma inventa a sua volta un intreccio.
“Se tu fai un pezzo e anche io faccio un pezzo, anche se i pezzi all’inizio diversi, alla fine costruiamo una cosa unica che in qualche modo riesce a stare insieme”.
Sorridono entrambi.
 
“…Semplicemente, non permettete alla paura di fermarvi.”
 
 
 

Operatore Integrazione

Eleni G. Orlandi